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Raccontare una storia con le immagini

01 Giugno 2023

Raccontare una storia con le immagini

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Il lavoro del fotografo è raccontare una storia attraverso i propri scatti e creare di conseguenza una narrazione che funziona e attira l’interesse.

Spunti per raccontare una storia attraverso l’obiettivo fotografico

  1. Che differenza c’è tra colore e bianco e nero.
  2. Che cos’è il photoediting.
  3. Come si legge una fotografia
  4. Quali tipologie di racconto possiamo usare per raccontare una storia con le immagini
  5. Quali sono i linguaggi per raccontare una storia con le immagini.

1. Che differenza c’è tra colore e bianco e nero

Leggo spesso nei vari blog o articoli che riguardano questo tema che la fotografia in bianco e nero ha un fascino esclusivo con un impatto poetico che la fotografia a colori non offre. Ho addirittura incontrato persone che mi hanno rivelato di scattare solo in bianco e nero perché lo trovano più delicato e romantico. È un vero peccato e mi chiedo quante opportunità perdano.

Altri, ancora meno esperti, chiedono sui social: ma questa fotografia sta meglio in bianco e nero o a colori? Come se fosse solo una questione di gusti e non di funzioni.

Siamo liberi di scattare a colori, tornare a casa e dire a noi stessi: Oh, che bella, questa me la porto in bianco e nero perché sta meglio!. Ma ci stiamo confermando che non siamo usciti per cercare una cosa specifica, abbiamo piuttosto raccolto quello che ci è capitato. La verità è che quando un fotografo esce come cacciatore di immagini per il suo progetto sa, prima di uscire di casa, se scatterà in bianco e nero oppure a colori, perché l’approccio al lavoro cambia totalmente, soprattutto se il lavoro è già iniziato e articolato.

Quando si scatta in bianco e nero ci si concentra su linee, forme, contrasti, volumi e texture, esattamente le stesse cose alle quali dobbiamo stare attenti se scattiamo a colori con la difficoltà, in aggiunta, di dover tenere conto delle tonalità di oggetti e soggetti che vanno bilanciate e controllate.

Dire che il bianco e nero è migliore per il sapore idilliaco o lontano nel tempo è riduttivo e falso. La scelta è sempre legata al tipo di scatto che stiamo riprendendo e, come vedremo più avanti, dipende dal racconto che stiamo costruendo e dalla sua funzione.

Il bianco e nero e il colore hanno finalità diverse

Durante la breve storia della fotografia che abbiamo alle spalle, molti fotografi hanno continuato a utilizzare, sulla base dell’approccio al proprio lavoro, la fotografia monocromatica, anche dopo l’avvento della fotografia a colori come mezzo espressivo.

Appena si è diffuso il colore, molti hanno presupposto che le immagini create fossero più simili alla realtà e di conseguenza si ha avuto la sensazione di un impatto più veritiero.

Siamo sicuri sia così? La fotografia rimane un abbaglio, un’illusione. Semplicemente il bianco e nero è meno presuntuoso! Non ha la pretesa di sembrare reale.

Leggi anche: Foto speciali nella vita quotidiana

La foto in bianco e nero si distanzia un poco di più dalla realtà solo perché questa non è monocromatica. Vestiti e oggetti presenti in una scena possono dare indizi sul periodo storico in cui una foto è stata presa; questa caratteristica può perdersi in parte perché, togliendo le informazioni sul colore, la lettura avverrà sulla base della forma degli elementi presenti.

Grazie al bianco e nero si può rimuovere in parte la connotazione temporale, astraendo il contenuto delle nostre immagini, anche se la lettura dell’azione che si svolge all’interno di una fotografia, a prescindere dalla scelta cromatica, non cambia.

Osserviamo le prossime due immagini. La comunicazione che portano è identica; in entrambi i casi il bambino sta saltando dalla barriera che ha scavalcato. Nel primo caso, però, la forza dell’immagine è nettamente superiore. Siamo in presenza di 4 colori preponderanti. Il rosso e il verde che sono complementari e funzionano perfettamente insieme, così come il giallo della maglia del bambino e il cielo, anch’essi quasi complementari. Questo è il motivo per cui ho scattato a colori questa e tutte le immagini del libro. Senza quei colori l’immagine perderebbe di forza e di significato, restituendo una gamma di informazioni parziali sulla scena che avevo di fronte.

Bambino scavalca una barriera di mettallo L'Avana, Cuba colore

Bambino scavalca una barriera di metallo. L’Avana, Cuba.

Bambino scavalca una barriera di metallo L'Avana, cuba bianco e nero

Bambino scavalca una barriera di metallo. L’Avana, Cuba.

Potremmo porci queste domande per determinare con quale modalità scattare o ritoccare: Questa foto creerebbe la stessa tensione in bianco e nero? Darebbe la stessa quantità di informazioni? Senza il colore l’immagine perde valore perché alcuni elementi non sono più leggibili al fine della comprensione del messaggio che avevo in mente di comunicare?.

Quello che sostengo è che in una fotografia a colori le tinte devono diventare parte dell’informazione che la fotografia vuole trasmettere.

Questo non vale sempre. Esistono fotografie che non fanno del colore il punto di forza a livello comunicativo. La scelta dello scatto a colori avviene piuttosto per necessità estetiche o di rimando psicologico.

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2. Che cos’è il photoediting

Questo termine inglese può essere confuso con la postproduzione; in realtà, non indica il fotoritocco, ma si riferisce alla revisione finale del lavoro per la sua presentazione, proprio come si fa con i testi giornalistici.

Il photoeditor è un referente fondamentale per un fotografo, dato che stabilisce e porta avanti la linea visiva del progetto e dell’autore. Ciò significa che, confrontandosi con l’autore, permette che le fotografie selezionate, il loro ordine e le scelte di allestimento di una eventuale mostra o libro siano in sintonia con il messaggio che si vuole portare.

Questa è la definizione di photoeditor che dà Leonello Bertolucci (che lo fa di mestiere):

Un giornalista che non scrive e un fotografo che non fa fotografie: potrebbe essere un modo per definire la figura professionale del photoeditor, che non chiarisce però cosa in effetti egli fa. Stiamo parlando di chi è incaricato di visionare e scegliere le fotografie da pubblicare sui giornali, ma anche sui libri e sui siti d’informazione. La definizione si riferisce alla figura che in ogni rivista sceglie le foto coerenti con la linea editoriale.

Oggi il photoeditor è spesso, per il settore più autoriale, il curatore e, in assenza di questa figura, l’autore deve affrontare da solo quest’ultima fase.

Intervenire sulle proprie fotografie non è mai semplice. Che cosa scelgo? Non posso perdere quest’immagine, deve sopravvivere!

Per presentare un lavoro è necessaria una selezione che migliori e dia un senso di compiutezza a tutto il progetto. Non dobbiamo avere paura di buttare via immagini perché è proprio la selezione a evidenziare le qualità del portfolio e la storia che si vuole raccontare. Saper scegliere e riordinare terrà gli spettatori inchiodati sulle nostre immagini, li farà sentire partecipi del flusso del racconto fino alla fine. Posso dire per esperienza che questa parte del lavoro può accrescere la forza della storia anche del 50 percento. Non dobbiamo sottovalutare le potenzialità di un editing fatto con cura. Imparare come si fa non è semplice, ma può regalare molte soddisfazioni.

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3. Come si legge una fotografia

Suggerirò un metodo che ci permetterà di approcciarci all’immagine fotografica al fine di ottenere una lettura abbastanza completa che porti a un’interpretazione il più coerente possibile. Darò quindi qualche indicazione che ci metta nelle condizioni di poter leggere correttamente una fotografia, in quanto sono fermamente convinta del fatto che, se non si è in grado di leggere un’immagine, diventa molto difficile produrne una consapevolmente.

Quando ci troviamo di fronte a una fotografia dovremmo sapere chi è l’autore, se l’immagine ha un titolo e se la produzione è avvenuta su committenza oppure è stata prodotta per necessità personale del fotografo. Stabilire anche il periodo storico in cui è stata prodotta sarà utile ad assegnarle un valore coerente allo stesso. Questo ci serve ad avere un quadro generale di base, che sarà il punto di partenza per un’interpretazione più accurata.

Una volta stabilito quale sia il soggetto e la sua ambientazione, dovremmo essere in grado di comprendere il genere fotografico al quale l’immagine appartiene (reportage, paesaggio, street photography, still life, schifezza eccetera).

Dovremmo poi concentrarci sulla composizione dell’immagine, sulle linee (oblique, orizzontali, verticali, curve, spezzate ecc.), le forme e la loro collocazione all’interno del riquadro fotografico. Queste possono essere presenti nelle strutture dei soggetti riprodotti o create dal fotografo attraverso la distribuzione degli elementi inseriti. Sempre a livello compositivo potremmo considerare la prospettiva scelta, il punto di vista adottato dal fotografo e la dimensione di soggetti e oggetti nell’immagine. Infine, possiamo determinare se tutte queste scelte siano funzionali a proporre un insieme equilibrato, armonioso, simmetrico, dinamico, statico, semplice o complesso.

La luce è un altro elemento fondamentale da prendere in considerazione. Che luce ha scelto il fotografo? Dura, morbida, naturale, artificiale? Quali ombre produce?

I colori scelti dal fotografo, sia nel momento dello scatto che come preferenza in termini di fotoritocco, che caratteristiche hanno? Sono colori forti, tenui, esprimono drammaticità o risultano leggeri e armoniosi? La gamma tonale utilizzata è ampia, quindi ci troviamo di fronte a molti toni che sfumano gradatamente, o è molto ristretta, quindi i passaggi tonali sono prepotenti e repentini? Ricordate che i colori che proponiamo, così come la quantità di toni, producono reazioni diverse.

Approfondendo il grado di lettura, potremo cominciare a distinguere gli elementi connotativi da quelli denotativi. Produrre una fotografia non vuol dire solamente far vedere, ma anche significare qualcosa per mezzo dell’immagine. Serve quindi conoscere gli effetti visivi che conducano il destinatario verso l’interpretazione voluta.
Il livello denotativo della lettura si riferisce all’individuazione degli elementi costitutivi dell’immagine (persone, case, strade), ciò che è effettivamente presente. Possiamo attribuire alla lettura denotativa il livello base, il punto di partenza, l’impatto iniziale.

A livello connotativo, invece, il lettore cerca di decifrare anche codici non presenti concretamente, piuttosto appartenenti alla propria cultura, età, sensibilità eccetera, sulla base dei quali conferisce all’immagine alcuni significati più personali. Che sensazioni suscita? Vuole comunicarci felicità, agitazione, tranquillità, paura, conforto o drammaticità? Che cosa mi arriva?

Nella prossima immagine, per esempio, a livello denotativo vediamo un uomo, in piedi di fronte a un muro su cui ci sono dei disegni, che sorregge una grande radio portatile con una mano e un cellulare con l’altra mano. A livello connotativo potrei dire che mi ricorda vagamente quel rompiscatole dell’insegnante di ginnastica delle medie, che forse sta cercando una canzone sul telefono e la trasmetterà a tutto volume con la sua radio gigante. Il tutto mi trasmette molta allegria!

Uomo con cellulare su sfondo verde

“Quel rompiscatole dell’insegnante di ginnastica delle medie.”

Quella che ho presentato ora è solo una parte di ciò che un’immagine contiene, ma se ci alleniamo un pochino seguendo la modalità che ho scritto, vedremo che non solo capiremo molte più cose delle immagini che incontrerete, ma, con tanta felicità da parte mia, probabilmente cominceremo a selezionare con più attenzione anche quelle che scatteremo.

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4. Quali tipologie di racconto possiamo usare per raccontare una storia con le immagini

Le diverse tipologie di racconto con le quali potete costruire le vostre narrazioni. La scelta della tipologia di racconto con la quale costruire una narrazione è determinata dalle finalità che ci siamo prefissati in termini di messaggio e funzione. Produrre un lavoro per una galleria d’arte richiede regole completamente distinte da quelle suggerite per un reportage da fornire a una rivista.

Ogni volta che raccontiamo una storia, di qualsiasi tipo essa sia, lo facciamo per qualcuno. Altrimenti sarebbe come scrivere una lettera, applicare il francobollo e non inviarla.

Esistono casi nei quali la fotografia è prodotta esclusivamente a scopo terapeutico personale. Fotografare obbliga a ritagliarsi del tempo, mette di fronte alle proprie paure, ai propri desideri e bisogni, rilassa e aiuta a ricordare che cosa è importante per noi. Ma, perfino in questo caso, se decidiamo di mostrare queste immagini anche a una sola persona, una sorella o un amico, ci staremo rivolgendo a un destinatario reale: il nostro target.

Quale tipologia di racconto è maggiormente funzionale a comunicare il nostro messaggio?

Cronologico

In questo caso il racconto seguirà una struttura temporale definita e le immagini saranno concatenate sulla base dello svolgimento effettivo degli eventi. Sicuramente questa forma permette una comprensione puntuale di tutti i passaggi della storia. Lo spettatore sembra addirittura sapere che cosa avverrà dopo, soprattutto se ha già assistito all’evento in precedenza.

Di questa modalità, della quale ho visto applicazioni in sequenze concettuali di grandi autori (riuscitissime e meravigliosamente interessanti), fa parte, per esempio, molta fotografia matrimonialista. Sappiamo che prima viene la casa della sposa, poi l’entrata in chiesa, la cerimonia ecc. Mi è però capitato anche di sfogliare album che non seguivano un ordine cronologico e avevano una potenza e una capacità di coinvolgimento tali da sembrare veri e propri libri d’autore.

Anche se il rapporto consequenziale di causa-effetto è il più realistico, ricordiamo sempre che, se lo spettatore smette di porsi domande di fronte alle nostre immagini, difficilmente si concentrerà sullo svolgimento della storia e smetterà quindi di divertirsi o di tentare di comprendere.

Narrativo

Nel lavoro di tipo narrativo viene raccontata una storia, cioè un gruppo di vicende o eventi tra loro connessi. Una storia consiste in una serie di avvenimenti vissuti da uno o più personaggi, che si collocano in un determinato spazio e tempo.

Le storie raccontate possono essere realmente accadute (è il caso del reportage fotogiornalistico, fotografie di viaggio, di eventi eccetera), basate su forti interpretazioni personali della realtà (lavori simili ad autobiografie fotografiche, narrazioni di tipo concettuale) oppure completamente inventate, quindi frutto della fantasia dell’autore. Gli avvenimenti raccontati possono essere perciò verosimili o immaginari. Nell’ultimo caso, tra il fotografo e lo spettatore si stabilisce un accordo implicito per cui la storia viene visionata con la disponibilità di sospendere il giudizio sulla realtà per tuffarsi in un mondo immaginario.

Pastori mongoli al lavoro col gregge nelle pianure, nei pressi del deserto del Gobi, Mongolia

Pastori mongoli al lavoro col gregge nelle pianure, nei pressi del deserto del Gobi, Mongolia.

In un progetto narrativo, l’avvicendamento dei passaggi non deve rispondere per forza né a un ordine logico di causa-effetto, né a un ordine cronologico di progressione temporale, e il fotografo può decidere come raccontare gli eventi. Possiamo quindi considerare queste sequenze molto dinamiche perché portano avanti lo sviluppo del racconto con opportunità fantasiose e articolate.

In un lavoro narrativo possiamo trovare immagini di tipologia differente: alcune, soprattutto nella fase iniziale della storia, serviranno al fotografo per descrivere i personaggi, i luoghi e le atmosfere; altre serviranno a movimentare il racconto ed esprimere posizioni e concetti legati ai personaggi. La storia può svolgersi in vari modi.

Concettuale

L’arte concettuale è emersa alla fine degli anni Sessanta, dando alla fotografia un nuovo significato che trascende il tradizionale approccio a ogni genere praticabile. Le fotografie concettuali sono piene di significato e spesso usano la creatività per evocare visioni ed emozioni intangibili, come l’amore, la nostalgia, la solitudine e il passare del tempo, per suscitare una reazione da parte del fruitore.

Una delle peculiarità della fotografia concettuale è il fatto che sovente le scene sono progettate e preparate meticolosamente per accentuare i messaggi. A volte questo implica l’inclusione di elementi impossibili o la manipolazione dell’immagine attraverso il ritocco digitale o, addirittura, interventi post-stampa.

Sara Munari, astronauta per la RASA

Sara Munari, astronauta per la RASA.

Tutte le fotografie di questo tipo, quindi, vengono prodotte per visualizzare un concetto predeterminato e i fotografi vanno oltre la specifica documentazione per presentare un’idea propria.

Emozionale/poetico

L’intelligenza emotiva, descritta per la prima volta nel 1990 dai professori Peter Peter Salovey e John D. Mayer, viene definita come la capacità di comprendere sentimenti ed emozioni personali e altrui, filtrando le informazioni ottenute per ragionare e agire nelle circostanze che si presentano.

L’intelligenza narrativa, di conseguenza, è l’attitudine a raccontare e raccontarsi sulla base del significato che diamo alle nostre esperienze, al fine di dare senso alle nostre vite. Il raccontare storie rappresenta ciò che unisce tutti i significati possibili, permettendone la comunicazione. Acquisire una preparazione emotiva che ci permetta di raccontare di noi, tenendo conto di emozioni, intensità, contesti, valori e tradizioni, è un processo fondamentale ai fini di creare un racconto avvincente. Chi ha una conoscenza profonda di sé presenterà un’intelligenza narrativa più matura e una capacità più sviluppata di interpretare gli eventi e il mondo.

Campo rom in Albania

Campo rom in Albania.

Perché il nostro racconto emozionale funzioni, è necessario ottenere la fiducia del pubblico, che in qualche modo si deve affidare a noi, data la possibile non oggettività dei fatti.

La storia deve scorrere facilmente (sorvolando su eventi superflui) ed evolversi cercando di generare emozioni in chi la guarda, al fine di creare una sorta di identificazione con i personaggi o i luoghi citati; solo in questo caso il pubblico si lascerà trasportare senza distrarsi fino alla fine della visione. Consentiamo a chi osserva il nostro progetto di interpretarlo nel modo più libero possibile: se l’osservatore è libero di dare un proprio significato, immedesimandosi nei personaggi, si sentirà maggiormente coinvolto.

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5. Quali sono i linguaggi per raccontare una storia con le immagini

Ho sempre pensato che la grandezza di un autore si misuri non da un’immagine singola, ma dalla sua capacità di costruire un progetto fotografico che entri in connessione con i destinatari.

Analizzeremo qui alcune tipologie di linguaggio che possono fornirci uno spunto per i nostri progetti. La grammatica e la sintassi della fotografia derivano da una conoscenza comune che è in instancabile evoluzione.

Il linguaggio tecnico

Per usare il linguaggio fotografico occorre conoscere i mezzi tecnici che si hanno a disposizione e studiare in modo approfondito l’insieme delle possibilità di espressione delle immagini. Le distinzioni tra i linguaggi non risiedono nella struttura delle basi, ma nelle forme.

A supporto di tutto c’è il linguaggio tecnico, che è quello legato alla tipologia di scelte che operiamo sul campo mentre scattiamo, in fase di ritocco, di stampa e di esposizione.

Raccontare una storia con le immagini, di Sara Munari

Raccontare una storia con le immagini è obiettivo ben più ambizioso e valido che mettere assieme una raccolta estemporanea di immagini. Questo libro spiega come arrivarci nel modo migliore.

Fanno parte di questo linguaggio le preferenze relative alla tipologia di macchina fotografica utilizzata (digitale, analogico, polaroid, formato), a ottiche, diaframmi, tempi eccetera. Ma anche le scelte relative al ritocco o alla manipolazione, non solo virtuale, dell’immagine, la scelta della carta per la stampa, le sue dimensioni e la tipologia di esposizione o allestimento che intendiamo realizzare (cornici, senza cornici, materiali eccetera).

Questo linguaggio condiziona tutti gli altri. Dato che le fotografia possono avere scopi molto differenti, ogni fotografo deve capire quale lingua utilizzare in relazione al pubblico di riferimento e al messaggio da trasmettere.

Il linguaggio informativo

Pensiamo di dover raccontare un fatto tragico o particolare che abbiamo ripreso con la nostra macchina fotografica. Sicuramente, come approccio iniziale, utilizzeremmo un linguaggio realista, che spieghi bene i fatti e segua una linea temporale che guidi la comprensione dell’accaduto.

L’impatto (parlo di impatto perché la fotografia rimane sempre una scelta soggettiva, quindi l’impatto che genera non è certo) sarà di un lavoro senza sovrastrutture, senza enfasi create per snaturare la spontaneità e la rappresentazione dell’evento.

Giovani studenti attendono di prendere parte alla parata ufficiale

Giovani studenti attendono di prendere parte alla parata ufficiale. Edernet, Mongolia, 2018.

La necessità primaria è l’interesse a documentare. Quindi, in questo caso, didascalie, date e luoghi sono importanti e alle volte necessari. La fotografia di reportage ha come fine primario mostrare all’osservatore ciò di cui si è stati testimoni, cercando di coinvolgerlo e magari fargli prendere una posizione sull’accaduto. Si tratta quindi di un settore fotografico che si rivela con la maggiore oggettività possibile e fedeltà nei confronti della realtà, oltre a una valorizzazione dell’essere umano relativamente a quanto è stato ritratto.

Se si tratta di un reportage di viaggio, la quantità di informazioni che decidiamo di inserire nell’immagine e nei testi di presentazione dipenderà dal pubblico a cui è destinato il progetto. Se dobbiamo mostrare le vacanze agli amici ci comporteremo in maniera differente che se dobbiamo proporre il reportage a una rivista; nel secondo caso, subentra la necessità di inserire testi e didascalie.

Il linguaggio espressivo

Se invece il fotografo dà una risposta più emotiva, il suo tentativo è spesso invitare a riflettere su una visione nettamente più personale.

Lo scopo principale non è raffigurare in maniera oggettiva e rendere riconoscibili luoghi e persone o documentare un determinato evento, quanto piuttosto condividere il proprio sentire. Le immagini che ne risultano possono suggerire concetti non strettamente legati a elementi identificabili nel tempo e nello spazio.

Lupo rosso

Lupo rosso.

In alcuni casi le scene nascono prima nella mente del fotografo e vengono concretizzate successivamente. Il processo di ideazione è in questi casi molto stimolante, poiché consente di muoversi liberamente e sperimentare modalità narrative differenti.

I progetti partono spesso dalla volontà del fotografo di mostrare il suo punto di vista e la sua identità, ma, in alcuni casi, possono sfociare in messaggi comprensibili solo all’autore. Ricordiamoci che l’intento è sempre comunicare con un interlocutore: non tutto va bene, anche se l’abbiamo prodotto al massimo delle vostre possibilità, soprattutto se siamo all’inizio del nostro percorso in fotografia.

Il linguaggio concettuale

L’arte concettuale è molto discussa e talvolta criticata, sia dagli esperti che dai fruitori di fotografia in generale, e molta di questa bagarre deriva dalla confusione sul termine concettuale, che è molto difficile da definire.

La fotografia concettuale mira a riferire idee e concetti attraverso le fotografie e sarebbe più semplice riferirla al modello dell’arte concettuale. In entrambi i casi l’idea e il concetto sono ritenuti fondamentali nel processo di creazione. Le idee esplorate dai fotografi concettuali sono di ampia portata e sono generalmente prodotte mettendo in scena una fotografia in una particolare modalità che rappresenti l’idea che desiderano comunicare.

Una immagine di approccio concettuale tratta dal mio lavoro Polvere

Una immagine di approccio concettuale tratta dal mio lavoro Polvere.

Le immagini comunicano idee piuttosto che illustrare una scena, catturare un’emozione o registrare un fatto e spesso sono di natura astratta o surreale e create utilizzando tecniche non convenzionali.

Purtroppo, molto spesso sento dire il mio lavoro è concettuale quando il contenuto è un semplice esercizio estetico nel quale si obbliga l’osservatore a comprendere un messaggio, quasi sempre del tutto assente.

Esistono diversi approcci alla fotografia concettuale.

  • La fotografia simbolica. Le fotografie simboliche sono le più convenzionali e si basano su un’immagine molto semplice, in cui un oggetto della vita reale viene sostituito dal suo equivalente simbolico. Per questo motivo, viene utilizzata in lavori di fotografia documentaria per creare consapevolezza su determinate questioni sociali. Per esempio, se si desidera creare consapevolezza sulla violenza sui bambini, si potrebbe scattare una foto di una mano adulta che stringe il collo di un bambino. Questi tipi di utilizzi risultano spesso troppo didascalici e d’impatto molto costruito.
  • La fotografia astratta. In questo tipo di fotografia, l’idea alla base dello scatto rimane astratta, disponibile all’interpretazione libera da parte dello spettatore e si utilizza molto nella fotografia commerciale.
  • La fotografia surreale. Il surrealismo è un genere artistico che utilizza immagini e simbolismi spesso esasperati per creare uno stato onirico nella mente dello spettatore. La fotografia concettuale ha molti elementi tratti dal surrealismo e mira a sfidare la nostra percezione della realtà attraverso immagini che possono sembrare illogiche o irrazionali.

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Questo articolo richiama contenuti da Raccontare per immagini.

Immagine di apertura originale dell’autrice.

L'autore

  • Sara Munari
    Sara Munari, autrice e fotografa vincitrice di numerosi concorsi nazionali e internazionali, ha esposto i suoi scatti presso gallerie, festival e musei d'arte contemporanea in Italia ed Europa. Docente di Linguaggio e Costruzione del racconto fotografico e di Storia della fotografia e comunicazione visiva presso l'Istituto Italiano di Fotografia, nel 2019 ha aperto Musa Fotografia, uno spazio dedicato a corsi, presentazioni e mostre.

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