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Narcisismo digitale: sfuggire alla trappola dell’egocentrismo

25 Settembre 2023

Narcisismo digitale: sfuggire alla trappola dell’egocentrismo

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Nell’epoca dell’AI, le piattaforme di comunicazione ci spingono a coltivare ed esibire il nostro sé. OK, a patto di non cadere nel narcisismo digitale.

Multi illum juvenes, multae cupiere puellae.
[Molti giovani e molte fanciulle lo desideravano.]
— Ovidio, Metamorfosi, III, 253

Nella versione originale del mito, Narciso, giovane bello ma emotivamente freddo e altezzoso, viene punito da Afrodite, dea dell’amore, per il suo rifiuto di amare chiunque. La sua maledizione è amare solo se stesso, perciò finisce per annegare mentre ammira la propria immagine riflessa in un lago.

La morale della storia? Un po’ di amore di sé va bene, ma chi ama troppo se stesso non ha interesse per le altre persone e questo danneggerà la sua capacità di funzionare come un componente equilibrato della società.

Non sorprende che alcuni ricercatori abbiano studiato le conseguenze comportamentali delle tecnologie digitali, inclusa la loro relazione con il narcisismo, un tratto psicologico associato a un senso grandioso e gonfiato di importanza e unicità, che tende a ridurre la capacità delle persone di tollerare le critiche, di avere cura per gli altri e di interpretare accuratamente la realtà, in particolare per quanto riguarda le proprie abilità, i propri risultati positivi e i propri fallimenti. L’era dell’AI ha normalizzato il narcisismo legittimando l’esibizione pubblica della nostra natura ossessivamente egocentrica. In questo senso, siamo tutti narcisisti digitali o siamo almeno pungolati a comportarci come narcisisti quando siamo online.

La crescita del narcisismo digitale

La psicologa Jean Twenge ha seguito i cambiamenti generazionali con misure, scientificamente validate, del narcisismo clinico. Per esempio, una delle domande poste durante queste indagini è se le persone pensino di essere destinate a diventare famose. Negli anni Venti del secolo scorso, solo il 20 percento della popolazione generale rispondeva di sì. Negli anni Cinquanta, era il 40 percento; negli anni Ottanta la percentuale era salita al 50 percento; nei primi anni 2000 era arrivata all’80 percento. Questo fa pensare che, come in base agli standard di oggi chi era considerato narcisista negli anni Cinquanta sembrerebbe molto modesto e di basso profilo, forse nel 2050 ci guarderemo indietro e persino figure come Elon Musk, Kim Kardashian e Cristiano Ronaldo ci sembreranno inibite e riservate.

Anche se la maggior parte degli studi sul narcisismo digitale ha individuato una correlazione e non un rapporto di causa-effetto, i dati orientano a un collegamento bidirezionale fra narcisismo e uso dei social media. In altre parole, quanto più una persona è narcisista, tanto più utilizza i social media, il che a sua volta la rende ancora più narcisista. Inoltre, studi sperimentali e longitudinali, che, a differenza degli studi di correlazione possono individuare i rapporti di causalità, indicano che i siti di social media gonfiano effettivamente il senso di sé delle persone.

Siamo diventati la nostra maschera digitale

L’era dell’AI ci ha dato un ammortizzatore. Possiamo andare tranquillamente in cerca di complimenti ed elogi senza temere di essere respinti, anche se questo comporta impegnarsi in un’esagerata autopromozione, mentre in realtà ci vergogniamo del nostro vero io e facciamo finta che gli altri credano effettivamente di vedere la versione reale di noi stessi. Il feedback che riceviamo dagli altri rafforza l’idea che la nostra maschera pubblica sia in un certo senso reale o genuina, il che ci allontana sempre di più da chi siamo in realtà. Intanto, i social media a parole esaltano l’autenticità, come se fossimo davvero incoraggiati ad agire in modo naturale e disinibito, invece di curare con grande attenzione la nostra immagine online. Lo scrittore americano Kurt Vonnegut una volta ha notato che:

Siamo quello che facciamo finta di essere, perciò dobbiamo stare molto attenti a quello che fingiamo di essere.

Nell’era dell’AI, la nostra maschera digitale è diventata la versione più emblematica di noi stessi, e la sua caratteristica più generalizzabile è il narcisismo. Se non siamo narcisisti, sembra che facciamo finta di esserlo.

Ovviamente, non possiamo dare ai social media tutta la colpa del nostro narcisismo. In fin dei conti, se non fossimo stati ossessionati da noi stessi come specie, le piattaforme tecnologiche, i sistemi e le innovazioni che alimentano l’era dell’AI non sarebbero mai esistite. Se non fosse stato per la costante focalizzazione su noi stessi, l’AI sarebbe rimasta a corto di dati, e l’AI senza dati è come la musica senza suono, i social media senza Internet, o le persone che cercano attenzione ma sono prive di un pubblico.

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Per fortuna dell’AI (e di tutti quelle che ne traggono profitto) non vi è scarsità di attività autoreferenziali ed egocentriche in grado di alimentarla: pubblicazione di selfie, condivisione di pensieri, livelli inappropriati di autorivelazione pubblica ed esposizione al mondo intero di sentimenti, idee, atteggiamenti e convinzioni, come se fossimo il centro dell’universo o come se tutti gli altri avessero davvero un interesse per quelle cose. Se gli algoritmi che ci analizzano fossero esseri umani, di certo si chiederebbero come una specie tanto pateticamente ossessionata da se stessa e insicura sia riuscita ad arrivare fin qui.

Come si arriva al narcisismo digitale

Possiamo pensare che il problema riguardi un piccolo numero di utenti patologici, ma dobbiamo puntare il dito anche contro noi stessi e il nostro bisogno di ingigantirci, come specie. In questo senso, le piattaforme di social media sono come i casinò. Anche se non siete giocatori compulsivi, se passate abbastanza tempo in un casinò con tutta probabilità finirete per fare qualche puntata o per giocare alle slot machine. Lo stesso vale per i social media. Possiamo anche criticare quanti esibiscono tendenze narcisistiche in Snapchat, Facebook e TikTok, ma queste piattaforme ci incoraggiano a comportarci in modi simili. D’altra parte, come trascorrere più tempo al casinò non migliorerà la nostra fortuna o la striscia vincente, i social media non consolidano e non rafforzano il concetto che abbiamo di noi stessi; anzi, fanno proprio il contrario e tendono ad aumentare le nostre insicurezze.

Creeranno comunque un rumore energizzante, una falsa popolarità e un apprezzamento che temporaneamente ci aiuteranno a sentirci bene, scambiando il nostro tempo e la nostra attenzione con frammenti di amore digitale effimero. In questo modo, i nostri istinti prosociali possono essere cooptati da algoritmi che ci rendono facile accumulare amici, sfornando nuove connessioni come un motore di raccomandazione di Amazon suggerisce un nuovo paio di scarpe da ginnastica, e così facendo possono rafforzare il nostro status sociale, come i narcisisti cercano di allargare o approfondire le proprie reti, per soddisfare la propria vanità e nutrire il proprio ego, e non perché abbiano un vero interesse per le persone. Così, l’aspetto sociale dei social media assomiglia all’aspetto antisociale del mondo reale.

Dall’autoritratto al selfie

Se le persone fossero costrette a scegliere fra un telefono con una fotocamera per i selfie e uno dotato solo di una fotocamera tradizionale, si può scommettere che il primo godrebbe di molti più consensi del secondo. Il selfie è una forma dominante di fotografia nell’era dell’AI: secondo le stime globali, almeno una persona ogni settimana muore a causa di un selfie (per esempio investita da un’auto, attaccata da un delinquente, o cadendo da un tetto). In tutta la storia della fotografia, gli autoritratti sono stati un’eccezione, non la regola. Ovviamente, grandi artisti del passato (da Velázquez a Rembrandt, da Van Gogh a Modigliani) hanno dipinto autoritratti, ma in genere erano più interessati a tutti gli aspetti del mondo che non includevano loro stessi. Il pensiero che, se fossero vivi oggi, passerebbero la maggior parte del loro tempo a pubblicare selfie sui social media non promette nulla di buono per chi sia convinto che l’avanzamento tecnologico equivalga a un progresso o un’evoluzione culturale.

Il mondo digitale incoraggia comportamenti che non avrebbero fortuna nel mondo reale. Nel mondo reale, se passiamo tutto il tempo a parlare di noi stessi e a condividere con chiunque altro tutto quello che facciamo e pensiamo, senza filtri e senza inibizione, le persone alla prima possibilità usciranno dalla stanza e, a meno che siamo il loro capo, ci faranno capire che siamo insopportabili. In Facebook o in qualsiasi altra piattaforma di social media, invece, il peggio che può succedere è essere ignorati, che nessun altro ci noti. Lo scenario molto più probabile è che almeno facciano finta di gradire quello che facciamo, rafforzando la nostra autopromozione svergognata e ogni forma di autodivulgazione inappropriata con l’aiuto di algoritmi che vi promuovono per l’autopromozione stessa.

Engagement contro autostima

La metrica dell’engagement, e gli algoritmi applicati per aumentare il tempo che trascorriamo su queste piattaforme, sono intrinsecamente egocentrici: possiamo pensarli come pungoli narcisistici. Così, siamo incoraggiati a condividere contenuti, idee e media per avere l’approvazione degli altri, come egomaniaci insicuri che hanno bisogno della validazione altrui per mantenere un concetto gonfiato di sé. Ci vantiamo costantemente, agiamo e ci impegniamo in forme inappropriate di autodivulgazione per avere un impatto sugli altri. Una conseguenza naturale di tutto questo è un fenomeno psicologico recente, definito broadcast intoxication, che si verifica quando una persona sperimenta aspetti della propria autostima e della propria valutazione sociale a opera delle recensioni e delle reazioni di altri sui social media.

Amare se stessi non dà vantaggi sociali oggettivi, ma è ovviamente gratificante e sicuramente è più piacevole delle alternative, mettersi in dubbio o odiarsi. Da un punto di vista evolutivo, una sana autostima dovrebbe fungere da indicatore accurato del proprio valore o della propria reputazione sociale, segnalando se altri ci accettano, ci stimano o ci apprezzano.

Purtroppo, se mi mancano i feedback negativi e vivo nell’illusione che tutto ciò che faccio è ammirevole, grazie a una valanga di segnali positivi che rafforzano la mia autostima, provenienti dai mi piace dei social media e da altri falsi feedback positivi, è facilissimo finire con un concetto di sé distorto e sviluppare una dipendenza da quei lubrificanti psicologici gratificanti.

Solo l’umiltà ci può salvare dal narcisismo digitale

Se accettiamo la premessa che la nostra cultura narcisistica è fuori controllo e che le tecnologie basate sull’AI non solo ne beneficiano enormemente, ma la aggravano ulteriormente, ha senso che ci chiediamo come diavolo possiamo migliorare le cose, come possiamo sfuggire a questo mondo di onnipresente egocentrismo, e qual è l’antidoto principale all’età dell’io?

La risposta potrebbe essere l’umiltà, la capacità di comprendere i nostri limiti e di evitare di sovrastimare i nostri talenti. A livello individuale, essere visti come persone umili è associato a una reputazione più positiva e a un grado maggiore di gradevolezza. Consideriamo umile una persona se sembra dotata di un talento maggiore di quello che pensa di avere. Al contrario, i narcisisti possiedono meno talento di quello che pensano di avere, o almeno vorrebbero pensare. I risultati delle ricerche scientifiche dicono che, se individuiamo in una persona un eccesso di presunzione a proposito dei propri talenti, quella persona ci risulta meno gradevole. Forse, se ricordassimo questa regola durante le nostre interazioni con i social media, potremmo smettere di potenziare i nostri comportamenti narcisistici.

I vantaggi dell’umiltà

Un altro vantaggio individuale dell’umiltà riguarda la gestione dei rischi personali. Meno si mente a se stessi a proposito dei propri talenti, più diventa probabile che si possano evitare rischi non necessari, errori e fallimenti. Solo le persone che sovrastimano le proprie abilità vanno impreparate a colloqui di lavoro, presentazioni a clienti ed esami accademici determinanti. Ci vuole un certo grado di arroganza per trascurare i consigli del medico, darsi ad attività che mettono se stessi e gli altri in pericolo e sottovalutare i rischi di fumare, bere, o guidare ubriachi, o di rifiutare le vaccinazioni durante una pandemia globale. Allo stesso tempo, è molto più probabile che si sviluppino nuove competenze, se si sono identificate con precisione le lacune esistenti fra le competenze di cui si avrebbe bisogno e quelle che si hanno effettivamente a disposizione.

Io, Umano

Una guida per reclamare la nostra umanità in un mondo in cui le macchine prendono per noi molte delle nostre decisioni.

L’umiltà ha dei vantaggi anche per i collettivi. Una società che apprezzi l’umiltà più del narcisismo è meno probabile che finisca per avere le persone sbagliate nelle posizioni di responsabilità. Ironicamente, quelli che si illudono sui propri talenti, al punto da essere molto narcisisti, vengono visti spesso come candidati perfetti per la leadership. Non esiste modo migliore per ingannare gli altri che avere già ingannato se stessi. La cosa ha un costo: raramente ci ritroviamo con leader che siano consapevoli dei propri limiti, e spesso invece finiamo per avere leader che sono ingiustificatamente soddisfatti di se stessi, che si vedono come eroi e che sono troppo arroganti per accettare la responsabilità dei propri errori o per essere consapevoli dei propri punti ciechi.

Avere leader privi di umiltà è particolarmente problematico nel corso di una crisi, perché non presteranno attenzione ai feedback di altri, non ricorreranno alla competenza di altri, e non si assumeranno la responsabilità delle proprie decisioni scadenti. Per sviluppare l’umiltà, bisogna avere sin dall’inizio un po’ di umiltà, e la maggior parte delle persone è in questa condizione. C’è una cosa molto semplice che possiamo fare tutti per sviluppare la nostra umiltà: prestare più attenzione ai feedback negativi.

Praticare e promuovere l’umiltà

Tutti abbiamo il potere di esercitare una maggiore umiltà, non importa quanto tempo trascorriamo in TikTok. Abbiamo anche il potere di disincentivare gli altri dall’agire in modi arroganti ed egoistici. Non innamorarsi della loro vanità, sottoporre a scrutinio attento i loro reali talenti, e preferire chi è umile o almeno in grado di fingere in modo convincente di esserlo sono tutti modi facilmente accessibili per migliorare la nostra evoluzione culturale nell’era dell’AI.

L’umiltà è la possibile cura per il malessere dell’arroganza e dell’egocentrismo nell’era dell’AI. Forse non saremo in grado di cambiare la nostra cultura, ma almeno possiamo resistere e non farcene influenzare, ricompensando negli altri l’umiltà anziché l’arroganza e comportandoci a nostra volta con umiltà.

Test: sei narcisista?

Rispondi a queste domande e scopri se e quanto sei affetto da narcisismo digitale.

  • Mi piace essere al centro dell’attenzione.
  • Preferirei essere ricco e famoso che essere una brava persona.
  • Spesso sono geloso del successo degli altri.
  • Mi irrito facilmente quando gli altri mi criticano.
  • Le persone che mi conoscono apprezzano i miei talenti.
  • Mi vedo in una luce più favorevole di come mi vedono gli altri.
  • Mi piace avere intorno persone che mi ammirano.
  • Desidero molto l’approvazione degli altri.
  • Sono destinato a essere grande.
  • Mi risulta difficile fingere umiltà.

Segna un punto per ogni affermazione con cui sei d’accordo; poi somma i punti.

Da 0 a 3: sei un fuoriclasse culturale: uno degli ultimi esseri umani umili.

Da 4 a 6: considerati nella media; puoi cambiare in direzione di una maggiore (o minore) umiltà.

Da 7 a 10: sei il cliente perfetto per le piattaforme di social media e i referenti culturali per l’era dell’AI.

Questo articolo richiama contenuti da Io, Umano.

Immagine di apertura di Kyle Glenn su Unsplash.

L'autore

  • Tomas Chamorro-Premuzic
    Tomas Chamorro-Premuzic è professore di Business Psychology alla University College London e alla Columbia University, e professore associato presso l'Entrepreneurial Finance Lab dell'Università di Harvard. Lavora per ManpowerGroup come Chief Talent Scientist.

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